La brezza mattutina è una sensazione che definire piacevole sarebbe quasi riduttivo, l’aria che colpisce con delicatezza il tuo viso mentre passeggi per le vie del paese ancora assonnato è un qualcosa di impagabile.
E’ con l’obbiettivo di provare tutto ciò che quella mattina mi son diretto nella piazza del paese: il tempo era
uggioso e malinconico, con la pioggerella che accarezzava le mura di un luogo addormentato. D’altronde erano appena le sei del mattino, giusto qualche camion di passaggio rompeva il dolce equilibrio che tiene sospesi il buio della notte e la luce del giorno.
Sapevo che se si fosse svegliata in anticipo mia moglie si sarebbe infuriata con me: mi trovavo in quella piazza senza ombrello e ad un orario per lei inconcepibile. Un brivido d’insofferenza mi percorse il corpo mentre con la mente mi imponevo di fregarmene altamente e di dar importanza esclusivamente alle sensazioni che stavo provando. In fondo ero pur sempre uno scrittore, e sentivo prepotente in me il bisogno di vivere sulla pelle emozioni che potessero regalarmi una qualche ispirazione.
Era il mio metodo. Non ero uno di quei scrittori che puntano la sveglia per lavorare tre ore la mattina e tre il pomeriggio, schematicamente, come fossero in un qualunque ufficio.
Quell’idea si fissò nella mia mente dopo aver ascoltato un programma radiofonico durante il quale avevano intervistato un famoso scrittore. Egli dichiarò placidamente che per scrivere un libro ogni anno e mezzo circa fosse necessario avere metodo e spirito di abnegazione in abbondanza. Solo in quella maniera era riuscito a creare delle storie interessanti in così breve tempo. Per lui scrivere era prima di tutto un lavoro, di conseguenza quella meticolosità era assolutamente giustificata. Anzi, necessaria.
Avevo letto un paio dei suoi libri più acclamati dalla critica: a mio parere non erano nulla d’eccezionale, ma forse era solo quel pacato senso d’invidia che non mi abbandonava mai mentre leggevo le sue opere a farmi pensare così. Forse dovevo semplicemente ammettere con rispetto ed umiltà che ognuno lavora a modo suo, e che ogni creazione va rispettata, di qualità o meno che sia.
Decisi di accettare la situazione senza piegarmi ad essa.
Già, perchè probabilmente per ribellione al senso di dovere implicitamente legato ad un’attività lavorativa, o forse per non rovinare la percezione che avevo dello scrivere, non mi imposi mai di mettermi seduto ad una scrivania con quell’intento, a meno che non fossi stato spinto da un genuino senso d’ispirazione, ovviamente.
Immerso nei miei pensieri non mi accorsi che nel frattempo aveva cominciato a piovere con maggiore insistenza; erano quasi le sette del mattino, ed il paese si stava pian piano risvegliando, pronto per una nuova giornata dedicata al lavoro ed impregnata di stress emotivo.
In fondo mi ritenevo fortunato: il non dover rispondere a nessuno del mio lavoro era una possibilità che ben poche delle persone che conoscevo si potevano permettere. I libri che vendevo erano spesso in cima alle classifiche nazionali di vendita, ed i soldi certo non mi mancavano.
Mi vien da ridere pensando a quanto spesso sia denigrato quel che non riesco a definire “il mio mestiere”. Tutti che criticano i guadagni degli scrittori, come se farlo fosse facile. Come se dar sfogo alla propria immaginazione aprendo il cuore e la mente ai sentimenti fosse alla portata di tutti.
Mentre mi infervoravo con sempre maggior intensità, mi resi conto di esser rientrato nel vortice dei pensieri razionali, e decisi di smetterla definitivamente dal momento che non mi ero alzato alle sei del mattino per impegolarmi in questioni di quel genere.
Camminai in direzione del parco, nonostante la pioggia che cadeva copiosa ed il cielo minaccioso quel luogo emanava un non so che di immaginifico. Fiducioso di poter trovare ispirazione attraversandolo, entrai dentro di esso.
I miei occhi si posavano ora su quel gelsomino tutto bagnato, ora su quell’abete ormai privo di foglie a causa dell’autunno inoltrato nel quale ci trovavamo.
All’improvviso la suoneria del cellulare interruppe quello scambio di emozioni tra me e la natura: era mia moglie che mi cercava, spaventata nel non avermi trovato ancora addormentato nel letto. Le risposi che l’avrei raggiunta subito cercando di smorzare un moto di rabbia che all’improvviso s’insinuò nel mio stomaco e cominciò a spingere con foga in direzione della gola.
Chiusi la chiamata premendo intensamente il pulsante adibito a tale azione sul cellulare, e mi voltai per tornare a casa.
E mentre uscivo dal parco qualcosa mi attraversò come un fulmine la mente. L’idea per un racconto, o meglio, l’emozione che mi avrebbe poi permesso di scrivere un racconto attorno ad essa. Eccola la tanto bramata ispirazione: non dovevo perdere tempo. Accelerai il passo per raggiungere il più in fretta possibile il mio computer, bagnandomi totalmente a causa dell’intensità ormai elevata della pioggia.
Un paio di vicini mi salutarono timidamente, vedendomi così impegnato nella corsa. Ricambiai con un cenno del capo ed un gesto con la mano, non volevo perdere quella sensazione passeggera che aveva generosamente fatto una sosta dentro di me.
Quando entrai in casa mia moglie non si meravigliò di vedermi correre al pc, ed urlandomi dietro per non essermi nemmeno spogliato e quindi aver bagnato ovunque, accesi il computer dopo essermi seduto sulla mia fidata poltrona. I secondi che intercorsero tra l’avvio del programma di scrittura e l’accensione del pc furono interminabili. Una dose massiccia di idee mi attraversò il cervello ad una tale velocità che , sfruttando un blocco note presente sulla scrivania, riuscii ad annotarmi solo i dettagli più rilevanti come promemoria.
Il suono emesso dalle casse del computer mi avvertì che il programma era pronto ad immagazzinare dati, abbandonai la matita e cominciai subito a scrivere.
Le idee mi venivano di getto e non sapevo come organizzarmi per non perdermene alcuna. Decisi di scriverle il più velocemente possibile sul foglio elettronico per poi poterle rielaborare in seguito.
Ogni tanto mi fermavo per rileggerle, erano già almeno una decina e l’ultima decisamente non mi piaceva, così la cancellai e mi resi conto di essermi dimenticato un passaggio importante legato alla frase precedente.
Era la foga dello scrittore. Di questo scrittore. Di me. Francamente non so quanti altri matti possano esserci in giro paragonabili al sottoscritto.
Continuai a buttar giù tutto ciò che mi passava per la testa ed in alcuni istanti mi fermavo ripensando a quanto tutto questo era affascinante e misterioso allo stesso tempo.
In quegli attimi che poi si sarebbero tramutati in minuti ed ore, tutto ciò che mi circondava non esisteva. Ero immerso in tutto quel che la mia mente ricreava ed il mio corpo percepiva. Le dita erano un tutt’uno con la tastiera e pigiavano i tasti ad una velocità tale che i polpastrelli mi dolevano sempre più, ed i gomiti appoggiati sul legno della scrivania mi bruciavano a causa continuo strisciare su di essa.
Esaurii le idee, nella mia mente non v’era più niente che valesse la pena annotare. Ripresi un secondo il fiato, senza rendermene conto dovevo esser rimasto in apnea per almeno tutto l’ultimo minuto, ed il respiro affannato ne rappresentava l’ovvio risultato. Col mouse tornai in cima al foglio elettronico e cominciai ad elaborare gli spunti.
Sapevo quale doveva essere la storia portante di quel racconto breve, e dovevo assolutamente inserire tutte quelle sensazioni dentro di essa. Cominciai a collegare le idee, ad elaborare le emozioni. Ogni tanto mi fermavo a riflettere sull’ultima parola inserita, mi domandavo se si confaceva al contesto, se era scritta correttamente. Più proseguivo e più accadeva, forse era stanchezza, non lo so. Quel che sapevo è che non c’era tempo.
Mia moglie mi chiamò per fare colazione, ma io nemmeno me ne accorsi.
I personaggi cominciavano a vivere di vita propria, io dovevo solo riportare su carta ciò che nella mia mente stavano facendo. Tutto accadeva senza un attimo di tregua, gli eventi si susseguivano con un ritmo sincopato che neanche il miglior dattilografo della nazione sarebbe riuscito a reggere.
Avevo ormai scritto diverse pagine, ma ancora non avevo trovato una conclusione. Eppure non me ne preoccupavo. Nella mia metodologia di scrittura non v’era posto per la programmazione degli eventi. Tutto ciò che contava era ricevere l’ispirazione, dopodiché sarebbe stata lei a guidarmi: ed è quello che stava appunto facendo. La storia si dipanava a video seguendo la sua logica, non la mia. Io ero uno spettatore attivo del racconto che sentiva male alle dita a forza di scrivere con quella velocità.
La storia proseguiva, tra delitti, eventi rilevanti e personaggi che man mano venivano a mancare. Solo il protagonista rimaneva in vita, e tutto questo avrebbe portato ad una conclusione solitaria della vicenda. Lo sapevo, ma non riuscivo ancora ad immaginarmela. Non avevo idea di cosa avrei scritto cinque minuti dopo. Eppure non mi fermavo.
Passarono i minuti, mia moglie uscì per andare a fare un po’ di spesa, la pioggia aumentò ancora d’intensità: me ne accorsi in quanto la finestra sbatté violentemente a causa della corrente. Mi alzai per andarla a chiudere e nel frattempo cercai di mantenere dentro me quel sentimento che non mi stava fortunatamente abbandonando. La minima distrazione avrebbe potuto farmi perdere il filo di un discorso che non esisteva dentro me, ma che stava entrando in quel foglio elettronico senza indugi. Tornai a sedermi alla scrivania e ripresi a scrivere, mancava solo la conclusione della mia storia e non dovevo assolutamente mollare. Ero davvero stanco, fisicamente e soprattutto mentalmente, ma non potevo permettermi rallentamenti.
Scrissi con una certa emozione l’evento che andava praticamente a concludere la storia, la morte del migliore amico del protagonista e la successiva impotenza di quest’ultimo nel vendicarsi dell’accaduto. Si ritrovò a dover combattere col senso di colpa e del rimorso per non esser riuscito ad evitare quell’incredibile incidente d’auto.
Osservai quell’ultimo capitolo del racconto con l’espressione critica di chi almeno in apparenza non è soddisfatto di quanto ha appena realizzato. Salvai il lavoro svolto ed accesi la stampante per riportarlo su carta. Mentre attendevo l’esito del mio lavoro mi alzai dalla sedia e tornai alla finestra: soffermai lo sguardo sul paese avvolto nella nebbia e colpito dalla pioggia,non c’era nessuno in giro, soltanto delle macchine lo attraversavano saltuariamente. Il freddo riuscivo a percepirlo con il semplice sguardo, il senso di solitudine non avevo nemmeno il bisogno d’osservarlo per sentirlo tutto intorno a me.
La stampante finì il proprio lavoro, presi in mano il frutto della mia ispirazione e cominciai a leggerlo sedendomi sulla poltrona in salotto. Più proseguivo nella lettura e più il mio fisico mi dava segnali d’insoddisfazione: non mi piaceva quanto avevo scritto, salvo forse alcuni momenti particolari del racconto, colmi di pathos e coinvolgimento.
In un primo momento non mi meravigliai della mia reazione negativa: spesso non ero soddisfatto di quanto realizzavo, eppure i miei libri vendevano in quantità industriale.
Ma quel denaro non riusciva a consolarmi. C’è un sottile filo di demarcazione che divide il guadagno ottenuto da un lavoro e la soddisfazione ricevuta dallo stesso: per tante persone questo filo non esiste proprio, ma per un artista in genere esso rappresenta una specie di iattura. Già, perché è il confine tra la felicità smodata e l’insoddisfazione sfrenata. Ne ero consapevole, eppure non riuscivo in alcun modo ad eliminarlo dalla mia vita. Chissà, forse il mio animo ci si era affezionato.
Mia moglie rientrò nel frattempo dal supermercato. Mi vide seduto a leggere la mia creazione e non volle disturbarmi. Solo quando lo vide appoggiato sulla scrivania mi chiese se poteva leggerlo. Non mi opposi. Per quanto non fossi soddisfatto del mio operato mi piaceva avere un parere dalla persona che amavo.
Certo, ero consapevole del fatto che il suo giudizio poteva non essere totalmente obbiettivo, condizionata com’era dalla nostra relazione. Ma mia moglie era la prima dei miei fans, non volevo comunque toglierle quel privilegio. Ci teneva così tanto.
Passarono un paio d’ore buone, e quand’ebbe finito la lettura, si avvicinò a me sussurrandomi parole dolci nell’orecchio e complimentandosi per quanto ero stato in grado di realizzare. Mi fece notare che si trattava comunque di un’opera breve, più adatta ad un prezzo di copertina economico o eventualmente ad una raccolta di racconti, ma che questo non doveva frenarmi ed anzi avrebbe dovuto spronarmi a scrivere altre opere di quella levatura artistica, non dando troppo peso alla dimensione delle stesse.
Mi faceva tenerezza, davvero credeva che mentre scrivevo i miei racconti facessi caso alla dimensione degli stessi? Davvero pensava fossi così materialista? La cosa non mi sorprese, in fondo era il mio lavoro, e la sua concezione dello stesso era molto più realistica e concreta della mia. Io non riuscivo a vederlo come tale, lavoro fa rima con dovere, ed il senso di dovere è l’assassino dell’ispirazione e della creatività. Non volevo farmi ottenebrare la mente ed il corpo da quell’agente esterno tanto deleterio allo stesso, sebbene comprendessi comunque l’ovvia necessità di continuare ad avere un successo di pubblico e di critica.
Infastidito da quei ragionamenti, decisi di uscire di casa nuovamente. Pioveva a dirotto, ma decisi di non prendere ugualmente l’ombrello, con sommo dispiacere di mia moglie. La sentii quasi imprecare mentre chiudevo il portone che dava sulla strada principale del paese.
Camminai sotto la pioggia, e dopo pochi minuti ero già inzuppato d’acqua come una spugna sotto la doccia. Ciò non mi infastidiva. Avevo bisogno di liberarmi della tensione e della frenesia che l’ispirazione mi aveva costretto a vivere completamente. Mia moglie mi osservava dalla finestra, scuotendo la testa. Alzò la cornetta del telefono e chiamò il mio agente. Lo avvisò che il lavoro era pronto e che glielo avrebbe inviato tramite posta elettronica. L’interlocutore gli chiese se aveva letto la mia opera e cosa ne pensava. “Splendido” fu la risposta di mia moglie.
In dieci minuti il racconto era in mano al mio agente, e nel giro di qualche giorno sarebbe stato revisionato dagli editor.
Insoddisfazione. Non esser contenti del proprio operato non è una sensazione piacevole da vivere, non ti completa, non ti rilassa, serve solo a farti vivere male la vita di tutti i giorni, a farti sentire in colpa col mondo intero.
Decido di sedermi su una panchina infischiandomene del fatto che fosse completamente bagnata: si potevano osservare rigagnoli d’acqua scorrere sopra di essa tanto forte era l’intensità della pioggia in quel momento.
Avevo bisogno di riflettere sull’accaduto e capire come fare per star meglio, per riuscire a realizzare qualcosa che mi donasse quei sensi di soddisfazione e gratificazione di cui sentivo una necessità impellente.
Si dice che non sia semplice scrivere qualcosa e farselo davvero piacere. Si dice che gli altri apprezzino soprattutto ciò che noi non sopportiamo,e che per questo motivo dover continuare a lavorarci sopra possa diventare ancor più estenuante e frustrante. E’ il mestiere dello scrittore, come tanti altri impieghi spesso può non piacere, ma non per questo avrei smesso di praticarlo: avevo bisogno di vivere tutto quello che va a completare l’opera della scrittura, ossia le emozioni, l’ispirazione, la foga, la tensione, il sentirsi completamente rapiti da essa, bella o brutta che possa essere.
Scrivevo per vivere il piacere dello scrivere, piacere personale, piacere che si estendeva a tutti i miei sensi corporei.
Quell’opera non mi piaceva? Non aveva importanza. L’avevo conclusa, mi aveva fatto evadere dalla realtà facendomene vivere una alternativa, modellata completamente da me. Probabilmente l’avevo realizzata talmente bene e rispecchiava così a fondo la società che mi faceva schifo di conseguenza. Quella caratteristica poteva essere un motivo di vanto per molti. Lo era per me. In quel momento nient’altro aveva importanza.
E non scambiatelo per egoismo. Era solo istinto di sopravvivenza.
Cominciai a sentir freddo, l’acqua mi aveva completamente attraversato i vestiti e stava rendendo la mia permanenza su quella panchina piuttosto dispiacevole per non dire faticosa. Mi incamminai verso casa con passo svelto. Decisi che per quel giorno poteva esser sufficiente: ero stanco, affamato, e necessitavo assolutamente di un divano o di un letto sui quali sdraiarmi e riposare per qualche ora.
Scrivere è davvero faticoso. Vivere la scrittura è spesso e volentieri estenuante. Ma, credo, solo se si vive come faccio io. Non accanto ad essa, ma dentro di essa. In questa maniera l’ispirazione e le sue conseguenti emozioni positive o negative che siano non le osservi, le vivi.
Spesso rifletto sul mio mestiere che poi è la mia vera passione, e mi ripeto che il giorno in cui perderò quegli eccezionali momenti di pura estrosità, inventiva, vivida emozionalità, quel giorno smetterò probabilmente d’essere uno scrittore.
E dopo averci ragionato, lo rifiuto quel pensiero.
Perché non si smette di esser scrittori. Per carità, ognuno può pensarla come vuole, ma più passa il tempo e più mi convinco che questa affermazione sia veritiera.
Delle emozioni si vive, dell’estro ci si nutre, l’ispirazione si respira. Tutti più o meno siamo in grado di percepire tutto questo. In pochi sentiamo anche la necessità di esprimerlo e farlo conoscere a chi ci circonda.
E’ la legge della felicità e della sofferenza. E ci impone di dar fisicità a ciò che viviamo in modo che il prossimo possa curarsene e magari difendersi da esso.
E’ un fardello che ci porteremo sempre sulle spalle. E’ quasi un compito idealistico. Un impegno sociale.
Che vi piaccia o meno, scrittori si nasce.
Ora lasciatemi chiudere gli occhi, ho bisogno di sognare.